Ciao a tutt*,
sono Clelia e ho avuto il piacere di partecipare al tavolo sulle disabilità invisibili durante il Disability Pride di Milano 2025. “Le disabilità invisibili esistono e meritano di essere ascoltate. Ho sentito il forte desiderio di esserci perché io stessa convivo con diverse disabilità che, ad oggi, non sono immediatamente visibili all’esterno. È stata un’esperienza bellissima: per una volta, le nostre condizioni sono state semplicemente ascoltate e accolte. Ho amato poter vivere la diversità senza il peso del pregiudizio, un respiro di libertà in una società profondamente abilista dalla quale siamo ancora troppo lontani — e io stessa, con umiltà, sto lavorando per scardinare il mio abilismo interiorizzato.
In quello spazio, chi se la sentiva ha potuto raccontarsi, offrendo agli altri nuovi punti di vista. Credo che il valore più grande sia proprio questo: non restare chiusi nella propria realtà, ma aprire la visuale a tutt*. Faccio parte con orgoglio dell’associazione ‘Abbatti Barriere’ proprio perché amo confrontarmi con realtà diverse dalla mia e cercare, nel mio piccolo, di migliorare le cose. Ciò che mi ha spinta ad avvicinarmi non è stata solo la lotta contro le barriere fisiche — che ovviamente condivido appieno — ma l’idea di abbattere le barriere in toto, specialmente quelle mentali e limitanti che caratterizzano il nostro mondo. Abbattere le barriere non significa solo costruire rampe, ma aprire le menti.
Inizialmente ho cercato di empatizzare con chi viveva le mie stesse disabilità. Avendone più di una, ho avuto modo di osservare come spesso, anche all’interno della stessa patologia, tendiamo a vedere solo la nostra variante. Penso ad esempio alla Sclerosi Multipla: chi ha la forma recidivante-remittente (RR) fatica a comprendere le forme progressive, e viceversa. Anche noi persone con disabilità non siamo ‘perfette’: a volte rischiamo di vedere solo ciò che ci tocca da vicino.
La mia è la testimonianza di una donna che sta imparando a guardare la società da molteplici prospettive. Nonostante viva questa condizione da anni, quando la disabilità è invisibile si ha il ‘lusso’ (se così si può chiamare) di scegliere se uscire allo scoperto o meno. Per anni ho mostrato un’immagine di perfezione e forza, nascondendo la stanchezza e il dolore dietro l’obiettivo fotografico, perché la nostra società abilista fatica a vedere la diversità come un’opportunità. Ma posso dire che sentirsi accolti per ciò che si è, senza maschere, è impagabile.
Il mio percorso è iniziato nel 2002, a 18 anni, con un ictus causato da un’embolia (dovuta a un PFO, poi corretto chirurgicamente). Sebbene abbia recuperato quasi il 90% della mobilità, alcune conseguenze sono permanenti: convivo con parestesie costanti sulla parte destra del corpo, che avverto diversa, meno sensibile e soggetta a formicolii che variano a seconda del meteo o della circolazione. Quell’evento mi causò anche un restringimento del campo visivo e un trauma psicologico che per anni ha reso difficile il momento del sonno.
Oggi le mie disabilità restano invisibili ma dinamiche, accompagnate da sintomi invalidanti come la fatigue. Lavorando come fotomodella e performer, il contrasto è forte: il mondo vede una figura sana, prestante e attiva. Per molto tempo ho cercato di mantenere intatta questa immagine esteriore, soffrendo in silenzio, perché la società raramente è disposta a vedere la diversità come un’opportunità o come qualcosa di valido che può sorprendere in positivo. Invece oggi voglio dire che essere accolti per come si è, con tutte le nostre ‘ombre’ invisibili, è la vera libertà.”
Siamo tutti su questa terra e possiamo imparare tanto gli uni dagli altri. Grazie per avermi concesso questo spazio di condivisione dove ho parlato a cuore aperto.
Clelia”

